blog creato dal Tam Teatromusica per rEsistere, evento realizzato al Teatro Maddalene (PD) il 26/2/2011 a sostegno del Teatro Carcere perché il filo che in una lampadina si lascia attraversare da una corrente elettrica e trasforma la sua incandescenza in luce, si chiama appunto resistenza......quale più bell' augurio di farsi per il mondo rEsistenza e illuminarlo trasformando in luce ciò che ci attraversa e ci rende incandescenti...senza mai cedere o spezzarci...
lunedì 14 febbraio 2011
Non voglio (solo) resistere
"Lo sappiamo: da tempo infuria una guerra vera e propria, sotterranea ma non per questo meno violenta; e gli stregoni ottundi-cervello stanno vincendo. Guardiamo le cose in faccia: noi, orgogliose avanguardie della cultura, arroccate sulle nostre Università, Teatri, Cinema (tutto maiuscolo), noi coi nostri gloriosi capitani del passato: gli Strehleri, i Pasolini, gli Eccetera Innumerevoli, ecco, noi stiamo perdendo di brutto. Perché le glorie del passato, sono esattamente questo: passate.
Il flusso degli eventi ci sballotta qua è la nella sua corrente. Siamo spinti sempre di più a lotte di retroguardia, di bande, siamo sbandati.
Non stiamo resistendo, resistendo, resistendo... e stiamo perdendo; come sempre, in questo l'arte fa da canarino da miniera per il resto della società civile.
Resistere serve a guadagnare tempo, ma come si torna a vincere?
Ed è per questo che io, nipote e figlio di partigiani, appassionato lettore di libri, amante della cultura in tutte le sue manifestazioni, organizzatore di festival e stagioni teatrali e workshop ed eventi, co-guida di laboratorio di teatro- carcere, mi chiedo: "dove ho sbagliato? come posso sostenere le cose che amo? come posso tenerle in vita? come posso rivoluzionare il corso degli eventi?"
E scopro, con la certezza dell'intuizione, che l'unica rivoluzione possibile è quella in interiore homini (dal blog di Beppe Sebaste). Non dobbiamo solo resistere, dobbiamo ricostruire dalle radici, imparare a negoziare con il male in termini nuovi.
Una sfida non priva di una sua epicità, che parte dalla rivoluzione che ognuno di noi sarà disposto a fare in sé"
Il flusso degli eventi ci sballotta qua è la nella sua corrente. Siamo spinti sempre di più a lotte di retroguardia, di bande, siamo sbandati.
Non stiamo resistendo, resistendo, resistendo... e stiamo perdendo; come sempre, in questo l'arte fa da canarino da miniera per il resto della società civile.
Resistere serve a guadagnare tempo, ma come si torna a vincere?
Ed è per questo che io, nipote e figlio di partigiani, appassionato lettore di libri, amante della cultura in tutte le sue manifestazioni, organizzatore di festival e stagioni teatrali e workshop ed eventi, co-guida di laboratorio di teatro- carcere, mi chiedo: "dove ho sbagliato? come posso sostenere le cose che amo? come posso tenerle in vita? come posso rivoluzionare il corso degli eventi?"
E scopro, con la certezza dell'intuizione, che l'unica rivoluzione possibile è quella in interiore homini (dal blog di Beppe Sebaste). Non dobbiamo solo resistere, dobbiamo ricostruire dalle radici, imparare a negoziare con il male in termini nuovi.
Una sfida non priva di una sua epicità, che parte dalla rivoluzione che ognuno di noi sarà disposto a fare in sé"
DOMANDE
ho delle domande che mi frullano in testa e mi farebbe piacere se gli amici blogger mi rispondessero :-)
prima domanda :
ieri sera è andata in onda le mie prigioni di Riccardo Iacona e premetto che sostengo pienamente il coraggio di affrontare un argomento così impopolare in questi tempi.
ma mi ha colpito, nella descrizione delle attività trattamentali del carcere di Bollate, la mancanza di qualsiasi riferimento all'attività teatrale che pur rappresenta un'eccellenza in Italia.
anche a sinistra la cultura non si mangia?
eppure nella mia esperienza le attività teatrali, nei luoghi di disagio, hanno il potere di risvegliare potenzialità nascoste, di creare percezioni/visioni diverse di sè e l'elemento catartico che si crea durante le rappresentazioni agisce realmente sulle persone e sulla comunità. La catarsi non è una polverosa eredità greca ma un'esperienza umana ancora reale, capace di produrre cambiamenti.
un'altra contraddizione:
vengono tagliati i fondi per le attività teatrali e contemporaneamente il Ministero della Giustizia sostiene una ricerca dell'Unione Europea, curata dalla Fondazione Michelucci, sulle attività culturali e artistiche in carcere.
si legge che in Italia le attività culturali sono uno dei pilastri del trattamento rieducativo poichè la sensibilizzazione all'arte oltre a produrre costruttivi mutamenti nell'animo umano può alleggerire il carico di emozioni negative tipiche di chi è in privazione di libertà. Ancor più valido oggi in una situazione di sovraffollamento.
a chi possiamo far sapere del Ministero che molte realtà pilastri del trattamento rischiano di chiudere?
prima domanda :
ieri sera è andata in onda le mie prigioni di Riccardo Iacona e premetto che sostengo pienamente il coraggio di affrontare un argomento così impopolare in questi tempi.
ma mi ha colpito, nella descrizione delle attività trattamentali del carcere di Bollate, la mancanza di qualsiasi riferimento all'attività teatrale che pur rappresenta un'eccellenza in Italia.
anche a sinistra la cultura non si mangia?
eppure nella mia esperienza le attività teatrali, nei luoghi di disagio, hanno il potere di risvegliare potenzialità nascoste, di creare percezioni/visioni diverse di sè e l'elemento catartico che si crea durante le rappresentazioni agisce realmente sulle persone e sulla comunità. La catarsi non è una polverosa eredità greca ma un'esperienza umana ancora reale, capace di produrre cambiamenti.
un'altra contraddizione:
vengono tagliati i fondi per le attività teatrali e contemporaneamente il Ministero della Giustizia sostiene una ricerca dell'Unione Europea, curata dalla Fondazione Michelucci, sulle attività culturali e artistiche in carcere.
si legge che in Italia le attività culturali sono uno dei pilastri del trattamento rieducativo poichè la sensibilizzazione all'arte oltre a produrre costruttivi mutamenti nell'animo umano può alleggerire il carico di emozioni negative tipiche di chi è in privazione di libertà. Ancor più valido oggi in una situazione di sovraffollamento.
a chi possiamo far sapere del Ministero che molte realtà pilastri del trattamento rischiano di chiudere?
domenica 13 febbraio 2011
Marco Martinelli per rEsistere: Non Prevalebunt
Martedì 8 febbraio alle ore 17 presso la Fondazione di Venezia io e Paola abbiamo partecipato all'incontro sulla pratica teatral-pedagogica della NON-SCUOLA del Teatro delle Albe di Ravenna, con la proiezione di Ubu sotto tiro, tratto da Arrevuoto, il progetto che le Albe hanno realizzato con gli adolescenti a Scampia (Na) per cinque anni.
Dopo l'incontro siamo andati a bere un bicchiere di vino con Marco Martinelli e gli abbiamo parlato della giornata del 26 Febbraio alle Maddalene, invitandolo a scrivere un pensiero su questo blog.
Qui di seguito riporto la mail che mi ha pregato di inserire:
"Perdona l'analfabetismo da computer e il poco tempo per sconfiggerlo legato ai miei tanti impegni teatrali, ma mi piace anche l'idea che sia tu a mettere sul blog questa mia lettera, dopo le tante cose che ci siamo dette ieri nella passeggiata veneziana.
"Perdona l'analfabetismo da computer e il poco tempo per sconfiggerlo legato ai miei tanti impegni teatrali, ma mi piace anche l'idea che sia tu a mettere sul blog questa mia lettera, dopo le tante cose che ci siamo dette ieri nella passeggiata veneziana.
Non posso quindi che mandare un abbraccio fraterno al Tam, a Michele e Pier e tutti voi, e combattere insieme a voi contro i tagli alla vostra esperienza di teatro in carcere, contro la mannaia che dappertutto si abbatte, contro la presunzione-illusione di chi governa oggi l'Italia di riuscire a spegnere i cervelli. Non ce la faranno! Non prevalebunt, come dicono i Vangeli. La nostra passione saprà resistere al piano criminale di chi intende cancellare la cultura viva di questo paese per sostituirla con un addestramento da replicanti.
Un abbraccio forte a tutti voi
Marco Martinelli - Teatro delle Albe
giovedì 10 febbraio 2011
In Principio: il cerchio nell'isola
“In ogni società si vive, ci si ammala, si diventa vecchi, si é soli. Ma una società produttivistica, che si fonda sull'ideologia del benessere e dell'abbondanza per coprire la fame, non può programmare sufficienti misure preventive o assistenziali. Si salva ciò che può essere facilmente recuperato, il resto viene negato attraverso l'ideologia dell'incurabilità, dell'incomprensibilità, della natura umana su cui si costruisce il castello del pregiudizio”.
Così Franco Basaglia, nella prefazione di Asylums di Goffman, alla fine degli anni 60. E' una riflessione importante sull'istituzione totale, sia essa manicomio o carcere. E' una riflessione che ha accompagnato una mia esperienza nel manicomio di Trieste (studentessa dell'Accademia di Belle Arti lavorai con altri colleghi sull'immaginario di alcuni degenti, attraverso la pittura), e che é tornata oggi, con prepotenza, al termine del laboratorio realizzato con un gruppo di detenuti nel carcere Due Palazzi di Padova.
Del pregiudizio, i 14 attori/detenuti hanno parlato al termine del loro spettacolo, il pomeriggio del 5 novembre scorso: “dite a quelli fuori che non siamo bestie”.
In aprile Laurent mi parlò della possibilità di fare un laboratorio all'interno del carcere. “Purché non diventi una moda...” dissi. Ed ero già nel pregiudizio. Era un pensiero freddo il mio, un pensiero che non aveva ancora fatto i conti con: Piero, Josè, Michele, Salvatore, Antonio, Nuccio, Domenico, Edoardo, Florio, Tito, Nicola, Attilio, Gigi, Giuliano. Oggi, per me, non si tratta più di chiedermi se sia di moda o no, oggi si tratta di ritornare dentro, di riproporre ancora laboratori e ancora teatro: con loro, per loro e per noi. Mescolare il nostro bisogno di arte con il loro bisogno di libertà e scoprire che le due cose, molto spesso coincidono. Parlo con la ferita ancora aperta. Perchè la forza prepotente di questa esperienza è come una ferita. Una ferita che non voglio si richiuda perchè ormai so che molte cose possono essere fatte in nome dell'arte che unisce, che accomuna e che abbatte il pregiudizio. Un'arte che non finisce con se stessa.
Prima pagina da "Il cerchio nell'isola" di Pierangela Allegro, resoconto e riflessioni sulla prima esperienza di teatro in carcere del Tam nel 1992.
mercoledì 9 febbraio 2011
TeatrInGestAzione Gesualdi Trono dal Manicomio Criminale di Aversa
Il nostro teatro è nudo come un uomo
che non può nulla contro l’onestà
del suo bisogno degli altri.
che non può nulla contro l’onestà
del suo bisogno degli altri.
G | T
Ogni giorno passato accanto ai nostri “ristretti amici” ci pone di fronte alla domanda:perché portare il teatro in carcere, in manicomio, nei luoghi del disagio e dell’emarginazione?
Cosa importa a noi liberi ed onesti cittadini, dei delinquenti, dei pazzi, dei malati, dei diversi?
Abbiamo già fin troppi problemi in quest’Italia fatta a pezzi dalla politica, dal mal governo, dalla criminalità, dal razzismo, dall’ipocrisia del perbenismo; perché mai dovremmo occuparci di chi costituisce un pericolo e una minaccia alla nostra tranquillità, di chi probabilmente è responsabile di omicidio, di chi ha rubato, insultato, offeso, leso la nostra libertà.
La soluzione più ovvia ci sembra mantenerci lontani dal male, riporlo in strutture adeguate che lo contengano lontano dalla possibilità di turbare le nostre faticose giornate di liberi cittadini onesti. Noi siamo diversi, brava gente, quelli brutti e cattivi non ci appartengono, non sono cosa nostra. Teniamoci lontani! Ma che i palazzi della reclusione restino ben visibili, in modo da sapere costantemente che noi siamo il bene e lì dentro c’è il male, in modo da non avere dubbi di essere fuori, quindi dalla parte giusta.
A ben guardarle da lontano queste strutture ti rimandano il senso dei castelli incantanti delle fiabe, palazzi vittime di malefici, avamposti di draghi cattivi che sorvegliano dall’alto gli abitanti della pianura sottostante, quasi sempre assolata, in contrasto con le nubi e la nebbia permanente che avvolge questi luoghi abitati dal male. Così si convive con l’esistenza di queste strutture nelle nostre città, ci si relaziona soltanto al fuori; si sfugge alla considerazione della vite rinchiuse, assediate dalla nostra normalità e indifferenza.
Ma proprio come succede nelle più belle favole, capita che un buono decida di entrare nel castello per sconfiggere il drago e restare di sasso, stupito, di fronte alla scoperta che il drago non è poi così cattivo come si racconta in città, e che voglia attentare alle vite di tutti gli abitanti dei paesi vicini; anzi, a stare un po’ col drago ci si ravvede sui nostri pregiudizi e si finisce per scendere di nuovo a valle a tentare di convincere gli altri, i buoni, che i draghi siamo noi.
Ma le istituzioni totali, non sono luoghi da favola e difficilmente chi è rinchiuso lì dentro è destinato al lieto fine.
E noi che con i prigionieri ci lavoriamo abbiamo capito che è più facile far diventare buono il drago, piuttosto che abbattere il pregiudizio e l'ignoranza, i veri mostri che assediano la nostra libertà.
E il teatro ha il potere di sconfiggere i mostri, può permetterci di vivere tutti insieme felici e contenti.
Eccoli i draghi che abbiamo incontrato nei castelli incantati dietro alle sbarre: si chiamano Ezio, Massimiliano, Fabio, Fabrizio, Giuseppe, Sergio, Abramo… è lungo l’elenco di questi straordinari attori che s’impegnano per un “teatro necessario”, sono coloro che lavorano per un fine e non per il mezzo.
Non attori per scelta, ma per scoperta. Teatranti per coscienza.
La coscienza di poter esistere pubblicamente, affermarsi sulla scena.
La scena è un amplificatore del "fatto sociale", essi in quanto Socialmente Pericolosi, sono un "fatto sociale", sulla scena essi stessi sono il segno: Il punto di vista estremo che si fa creazione teatrale, per rivelare le crepe in cui si insinua la nostra malattia della normalità.
Ogni loro parola pronunciata pubblicamente è una conquista di libertà: dichiarati “socialmente pericolosi”, sono destinati a suscitare paura o pietà, ne sono coscienti; per questo essi sono NonLiberi: in Manicomio - ci confessano con fiducia - ogni parola, ogni gesto, azione, sguardo, lo misurano bene prima di esprimersi, perché sanno che sono condannati al pregiudizio di chi li cura, li osserva, li gestisce, li detiene: sono in agguato rapporti e relazioni, riesami e "stecche".
Ma in teatro è diverso, Il teatro è l'altrove, in cui le relazioni possono essere vissute senza filtri, in cui il giudizio è sospeso, un luogo da cui ripartire per costruirsi una possibilità di vita oltre le sbarre: la scena è il futuro a portata di mano.
Sovvertire il concetto di Pericolosità Sociale è l’azione che sta alla base della formazione della compagnia stabile di attori internati nell’OPG di Aversa. Non ci occupiamo di eliminare il concetto di pericolosità sociale, ma di riqualificarlo; non vogliamo sopprimere la reazione ad uno stato di cose che provocano sofferenza, o dissenso, ma dargli una nuova direzione, quella di un ‘teatro necessario’, che reagisce alle urgenze del suo tempo, aprendo nella scena uno spazio di con-senso (condivisione del senso) e dis-senso (pubblica indignazione e critica condivisa e manifesta). In questo modo il concetto di pericolosità sociale acquista un valore positivo, ovvero con lo spettacolo gli attori si assumono il rischio della libera espressione che può con forza sovvertire l’equilibrio sociale basato sul pregiudizio.
A questo proposito, riportiamo un messaggio scritto da uno degli attori della compagnia, Ezio:
“Per me, con il mio passato di ribellione agìta verso gli altri e verso me stesso, il teatro è stato una grande scoperta. Pur non avendo le doti di un attore ho potuto raccontare me stesso, creare attenzione verso condizioni di profondo disagio sociale. Mi sono reso conto come non già attraverso l'uso della violenza, con le armi, come era mia prassi, ma con il teatro, il dialogo, l’incontro con il pubblico, si possa fare una rivoluzione, in sé stessi e nel pensiero degli altri. Tutto questo crescendo moralmente e sperando di creare coscienza condivisa.”
Una compagnia stabile di Attori Non Liberi
La Compagnia Stabile formata dai registi Gesualdi | Trono e dagli attori – internati dell’OPG di Aversa, ha preso vita nel 2006 con un progetto su Aspettando Godot, e da allora non ha mai interrotto la sua attività di produzione. Stabile può ben dirsi anche se i suoi elementi cambiano ad ogni sopraggiunta liberazione! Stabile perché tale è il progetto e il lavoro che conduciamo nel Manicomio Criminale di Aversa; perché resta un punto di riferimento per gli internati che decidono di partecipare all’attività con “quelli del teatro”. Diversi e importanti i risultati ottenuti e degni di rilievo, raggiunti dalla compagnia nel brevissimo tempo di soli 4 anni dalla sua nascita; essi sono la prova dell'indubbio valore dell'attività condotta e speriamo che possa continuare in accordo con le istituzioni, affinché possa migliorarsi e rappresentare un esempio stabile di possibile riabilitazione e reinserimento. Con gli spettacoli Noi Aspettiamo (Godot?), LA GIOSTRA ovvero L`eccezione E’ la regola, Fratello Mio, Caino!, la compagnia dell`OPG calca le scene del Teatro Stabile Mercadante di Napoli e del Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo, e partecipa a XXIX Benevento Città Spettacolo - Benevento; Teatri delle Diversità X e XI convegno internazionale – Cartoceto/Urbania; Edge Meeting – Milano; Il Carcere Possibile (07 08 09 10). E viene chiamata, insieme ad altre realtà tra le più importanti del settore, a costituire il primo coordinamento nazionale di Teatro e Carcere. L´impegno artistico e pedagogico di Anna Gesualdi e Giovanni Trono all'interno del Manicomio Criminale di Aversa è documentato nel volume Recito, dunque so(g)no (Edizioni Nuove Catarsi) ed è oggetto di una tesi in riabilitazione psichiatrica nel 2008, presso la facoltà di Medicina e Chirurgia della II Università degli Studi di Napoli.
BUONA r-Esistenza a TAM TEATROMUSICA
con affetto e condivisione
Anna Gesualdi
Giovanni Trono
martedì 8 febbraio 2011
6 DENTRO - CD ROM Art Game di Teatrocarcere
art game di Teatro Carcere
2000
di Michele Sambin e Guendalina Vigorelli
direzione artistica disegni e musiche Michele Sambin
grafica e direzione lavori Guendalina Vigorelli
testi Pierangela Allegro
animazione Luca Fornaciari-Marco Serpieri
programmazione Luigi Rosi
post produzione video Raffaella Rivi
video Giacomo Verde
voce fuori campo Davide Tardivo
con i detenuti del Carcere di Padova
Realizzato con il contributo del progetto CEE Caleidoscopio
L'inizio è una condanna. 6 anni di carcere da scontare simbolizzati da 6 ambienti da attraversare. Ciascun anno-ambiente ha come riferimento uno spettacolo di Tam Teatrocarcere sia dal punto di vista dei contenuti che dei materiali visivi e sonori. In ciascun ambiente si aprono dei sottoambienti che richiedono delle azioni da compiere, degli elementi da scoprire, delle scelte da fare per poter procedere. Una volta scoperto e agito un ambiente nella sua totalità si apre la strada al successivo. La fine è uscire. è riprendersi la libertà.
Primo anno-ambiente il cerchio nell'isola (1993)
Per mancanza di risorse finanziarie il progetto non è stato completato.
Qui è riportata una registrazione video della completa navigazione del CD-ROM
2000
di Michele Sambin e Guendalina Vigorelli
direzione artistica disegni e musiche Michele Sambin
grafica e direzione lavori Guendalina Vigorelli
testi Pierangela Allegro
animazione Luca Fornaciari-Marco Serpieri
programmazione Luigi Rosi
post produzione video Raffaella Rivi
video Giacomo Verde
voce fuori campo Davide Tardivo
con i detenuti del Carcere di Padova
Realizzato con il contributo del progetto CEE Caleidoscopio
L'inizio è una condanna. 6 anni di carcere da scontare simbolizzati da 6 ambienti da attraversare. Ciascun anno-ambiente ha come riferimento uno spettacolo di Tam Teatrocarcere sia dal punto di vista dei contenuti che dei materiali visivi e sonori. In ciascun ambiente si aprono dei sottoambienti che richiedono delle azioni da compiere, degli elementi da scoprire, delle scelte da fare per poter procedere. Una volta scoperto e agito un ambiente nella sua totalità si apre la strada al successivo. La fine è uscire. è riprendersi la libertà.
Primo anno-ambiente il cerchio nell'isola (1993)
Per mancanza di risorse finanziarie il progetto non è stato completato.
Qui è riportata una registrazione video della completa navigazione del CD-ROM
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