martedì 8 febbraio 2011

Adesioni

Volevo aggiornarvi parzialmente su come procede l'organizzazione della giornata di Sabato 26 Febbraio.
Per ora hanno aderito con entusiasmo:

- Babilonia Teatri (sono in tournè e ci invieranno un video creato per l'occasione con estratti di Panopticon e una testimonianza del loro lavoro in carcere)

- Vasco Mirandola (con un estratto dallo spettacolo "Mandami a dire" tratto dal romanzo di Pino Roveredo)

- Giuseppe Mosconi - docente di sociologia giuridica all'Università di Padova e membro di Antigone

- Tamburo di Kattrin (sito web di critica teatrale seguirà la giornata creando un evento in diretta sul web)

- ARA (Artisti Residenti Attivi - Giancarlo Previati, Vasco Mirandola, Andrea Pennacchi, TPR, MIrko Artuso, Carichi Sospesi) leggeranno una scelta di lettere e riflessioni dei detenuti su un montaggio video di Raffaella Rivi, con estratti di piccoli video realizzati in carcere dai detenuti.

- Lorena Orazi - responsabile del settore educativo del Carcere Due Palazzi

- Chiara Valerio - giovane poetessa

- Alberta Pierobon - giornalista del mattino di Padova

- Piccola Bottega Balatzar

- Marco Tizianel e Beniamino Noia metteranno in scena un breve monologo


Stiamo mandando ora un invito e richiesta di adesione ai membri del PPTV (Teatro del Lemming, Pantakin, Tib, Teatro Scientifico) e aspettiamo una risposta da Andrea Segre e Carlo Mazzacurati e dal direttore dello Stabile, Alessandro Gassman, per un intervento video.

Altri hanno aderito e stiamo valutando sulla modalità di inserimento.

A breve faremo nuovi aggiornamenti con una più precisa scaletta degli interventi e degli orari.



giovedì 3 febbraio 2011

Perché rEsistere

Una piccola riflessione sul titolo che abbiamo scelto per la Giornata.
Erano stati proposti Liberi Tutti, Liberi Dentro e Resistere.
Resistere mi piaceva... ma mi richiamava un po' troppo la politica, forse mi richiamava troppo la sinistra in lotta...è che resistere parla di un piccolo gruppo asserragliato che sopravvive e combatte con il nemico attorno... che poi magari è ciò che sentiamo, a volte... ma il desiderio che ho dentro non è di resistenza, né di semplice esistenza, ma di vita piena e larga, che si allarghi sempre più, alla fin fine in una parola di libertà dentro...e fuori.
Poi ho guardato la parola resistenza per un attimo e mi sono accorta che c'era dentro l'esistenza...e in questo caso il teatro in carcere deve davvero concretamente ritornare ad esistere e dunque forse proprio re-esistere.
C'é anche la resistenza dei corpi sottoposti ad uno sforzo, i corpi gli atleti, che sanno gestire la fatica, sanno amministrare le loro forze e sanno che si può superare l'insuperabile semplicemente perché lo hanno già fatto e i corpi dei danzatori che hanno scoperto la gioia e l'estasi confidando nella loro resistenza conquistata con paziente e inesorabile disciplina.
E da ultimo un pensiero luminoso: il filo che in una lampadina si lascia attraversare da una corrente elettrica e a questa oppone resistenza e in questa resistenza si surriscalda diventando incandescente, ma non si spezza, e trasforma la sua incandescenza in luce, si chiama appunto resistenza...e quanto è più sottile il filo metallico tanto maggiore è la sua resistenza.
Quale più bell'augurio di farsi per il mondo resistenza, dell'essere per il mondo una resistenza che lo illumini e sappia come trasformare in luce ciò che l'attraversa e la rende incandescente... senza mai cedere o spezzarsi...
dunque allora... forse... davvero... Buona rEsistenza a Tutti





mercoledì 2 febbraio 2011

http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2010/12/15/news/il-teatro-e-liberta-non-toglietecelo-2978051
«Il teatro è libertà, non toglietecelo»
di Alberta Pierobon
Tagliati dalla Regione i laboratori al Due Palazzi: parlano i detenuti-attori

Niente più laboratori teatrali nella casa di reclusione Due Palazzi, dove 830 persone con pene definitive si accalcano in celle pensate per ospitarne 350. Ma anche dove i muri dei corridoi sono una fantasmagoria di murales dipinti dai detenuti, dove c'è uno spazio-studio per chi frequenta l'università, dove c'è la redazione della rivista Ristretti Orizzonti; dove insegnanti fanno scuola: medie e ragioneria (quest'ultimo corso traballante sotto la scure della legge Gelmini). Dove la cooperativa Giotto di Comunione e Liberazione ha formato un tot detenuti-pasticceri che lavorano come matti in 14 alla volta dentro una cucina di 30 metri quadrati, sfornano panettoni in vendita a 30 euro l'uno e non stanno dietro alle ordinazioni. Niente più teatro perchè la Regione ci ha dato un taglio, uno dei tanti: non pubblica più il bando e pare demandi agli enti locali la faccenda. Non serve molto, un finanziamento di 9 mila euro l'anno, il patrocinio e soprattutto la volontà. Ma per ora tutto è fermo, congelato come la speranza della quarantina di detenuti-attori che, ogni martedì e mercoledì dalle 9 alle 11, si buttavano con trasporto e coinvogimento dentro quella luce. Pare un'immagine retorica, ma non lo è. Tam Teatromusica è dal 1992 che opera al Due Palazzi con i laboratori ma anche portando in carcere personaggi della cultura, prima con gli «storici» Michele Sambin e Mariangela Allegro, dal 2004 con gli appassionati Cinzia Zanellato e Andrea Pennacchi assieme a una quindicina di attori volontari di età varie e uguale entusiasmo. Dall'insegnante di latino al Tito Livio, in pensione, che in scena raccoglie sotto ali di fantasia, e stringe a sé, l'africano Sam, il tunisino Mohamed, l'italiano Luca, tutti distanti decenni dalla fine pena; fino al giovane Filippo, educatore di professione, colpito al cuore «dalla capacità che hanno i detenuti di raccontarsi: qui siamo tutti sullo stesso piano, si lavora sui ricordi, le esperienze. E qui ogni movimento dell'anima è amplificato, risuona come un tamburo». Insieme hanno prodotto spettacoli, li hanno portati in giro assieme ai detenuti che potevano accedere ai permessi, rappresentati in carcere, alle scuole. E, dal tutto, è anche nato un detenuto-attore semi professionista: Farid, 41 anni, algerino, protagonista con Andrea Pennacchi della pièce «Annibale non l'ha mai fatto» sul tema della migrazione che è stato presentato a festival e sarà in febbraio alle Maddalene per le scuole. Farid si presenta: «Vivo e penso positivo» il che, considerata la situazione, non è da poco. E poi parte: «Fin da piccolo mi piacevano gli spettacoli: scappavo da scuola, mettevo i libri tra i rami di un albero e andavo a guardare il cinema di nascosto. E poi mio papà era un grande raccontatore. Qui per due anni ho sbirciato quello che succedeva durante i laboratori teatrali, restando fuori dalla porta. Poi ho fatto la domandina (in carcere sono tutte «domandine») e ho cominciato anch'io. Da un filo abbiamo costruito una rete di cultura e persone, e ancora si può allargare. Impari sempre, dalla culla alla tomba, diciamo al Paese mio. Speriamo tutti che gruppo torni, è talmente importante: ci ha anche fatti conoscere tra di noi, è uno scambio, come fosse un suk». Sono una quindicina i detenuti-attori, raccolti assieme a Cinzia Zanellato e una decina di volontari del Tam, nella sala teatro del Due Palazzi, dove si tenevano i laboratori e gli spettacoli. Raccontano tutti la stessa storia, per ognuno diversa, ovvero di come quei due giorni di teatro assieme ad esterni, attesi per tutta la settimana, riescano a cambiare la vita in carcere, ad aprire cuore e testa. E tutti chiedono: non toglietecela, questa risorsa. Per favore. Lo spiega bene Giovanni, 55 anni, in carcere per reati finanziari: «Il teatro serve a recuperare l'elasticità che qui si perde: ti senti sempre più impacciato; è tutto ristretto, anche la testa diventa ristretta. E poi la rieducazione passa solo per l'attività», conclude e scappa via, ché è uno dei fortunati che lavora in carcere. E' Mohamed, 41 anni, a continuare: «Sono contento della vostra presenza qui (dice rivolto ai teatranti esterni e ai giornalisti arrivati per la singolare conferenza stampa), vuol dire che siamo nei pensieri di qualcuno». E' la peggiore delle condanne il senso di abbandono, di isolamento, di straniamento anche da se stessi, che nel caso degli stranieri è totale: soli, senza nessuno fuori che manco i permessi ottengono per mancanza di appoggio esterno. «Mi ha fatto ringiovanire di 20 anni il teatro - racconta Giovanni, 52 anni, andazzo da buona forchetta e saporite battute - Sono un irriducibile di questo «reato» nuovo, non è ancora nel codice penale ma lo metteranno!». E conclude: «Se butti un litro d'acqua in mare, non si nota. Ma se lo butti in un pezzetto di terra secca e lì c'è un seme, lo vedi nascere. Questo è il gesto di Cinzia, Andrea e del Tam qui con noi. Mi manca molto il teatro, lo dico con rammarico ed emozione». Parlano gli attori esterni (Giulia: «Qui si vive del presente, non ci si sente giudicati»; Cinzia, la coordinatrice: «Vivono compressi ma hanno una capacità di tolleranza e convivenza tra persone di diverse nazionalità, stupefacenti. Tra tutti noi si è creata una relazione di condivisione e conoscenza, e avere un ponte con l'esterno per i detenuti è vitale»). E continuano gli attori di stanza al Due Palazzi: «Pensare al teatro per me vuol dire libertà», sintetico ed efficace Ferchichi, 30 anni, tunisino. «Quando sono entrato in carcere ero svuotato, ogni mattina pregavo Dio: aiutami - racconta Sam Brown, nigeriano, viso intenso e voce fatta per cantare - Poi ho fatto la domandina per l'attività e ho cominciato. Il primo giorno mi pareva un gioco da bambini, ridicolo. Poi, pian piano, ho visto la mia vita cambiare, mi sono ricaricato. Ho speranza che qualcuno ci aiuti a continuare». «Io vivevo per conto mio, chiuso nel mio sentirmi inadeguato - interviene Luca, 36 anni, sardo, elegante ed aitante - Poi fare teatro, imparare ad esprimermi mi ha portato a fare cose che mai avrei pensato: addirittura recitare una parte da solo. Un amico che è in carcere in Sardegna mi ha detto: anche se qui avresti la famiglia vicino, stai a Padova, dove puoi fare delle attività. Qui vivresti sospeso, alienato, solo in attesa del fine pena. Ed è la morte».